L'intervento di Riccardo Clementi (Coordinatore
Provinciale GdM Firenze) all'Assemblea Federale dei
Giovani della Margherita dello scorso 15 luglio
Sabato 15 luglio si è svolta a Roma, presso la sede del Partito, l’Assemblea Federale dei Giovani della Margherita.
Una giornata, intesa, sentita, tesa. Per più ragioni. Perché l’Assemblea non veniva convocata da mesi, perché la gestione del Movimento Giovanile sta conoscendo alcuni gap in termini di comunicazione delle scelte dal vertice alla base. Soprattutto perché, non più di quindici giorni fa, un gruppo di un’ottantina di giovani di diverse provenienze, tra cui non pochi toscani, ha fatto pervenire all’Ufficio di Presidenza dei GdM e a Francesco Rutelli una lettera in cui si faceva osservare che “i Giovani della Margherita appaiono bloccati, come incapaci di esprimere quelle potenzialità che troviamo in molte realtà presenti sul territorio nazionale. I Giovani della Margherita, ad oggi, non hanno né regole né un’organizzazione, non compiono alcuna elaborazione, analisi e programmazione politica di respiro nazionale, non hanno un’autorevolezza riconosciuta dal Partito, e dobbiamo constatare che l’attuale Ufficio di Presidenza non si adopera per ovviare a queste mancanze ma, viceversa, le asseconda e, per così dire, le garantisce”.
Un testo che, punto per punto, sottolineava le note stonate presenti all’interno dei Giovani della Margherita, ma che non rinunciava ad essere propositivo nella sua seconda parte: “un Congresso dei Giovani della Margherita è l’obiettivo cui tendere tassativamente entro la fine del 2006. (…) È necessario un congresso vero, dove non vi sia la paura di andare al voto su liste contrapposte (e, soprattutto, programmi contrapposti) in cui si individuino una serie di opportune tematiche politiche di rilievo per i giovani, sulle quali gli organi dirigenti dovranno lavorare, riferendo costantemente all’Assemblea Federale, attivando così una organica partecipazione alla politica. (…) I Giovani della Margherita devono essere riconoscibili in tutta Italia non per i loro (seppur rari) slogan, né per i loro gadgets, ma per le loro analisi, per la loro democrazia interna, per le loro proposte sulle tematiche politiche nazionali”.
Ebbene, sabato, durante l’Assemblea, questo testo è stato definito “volgare e violento” dai membri dell’Ufficio di Presidenza. Vittorio Alberti, primo firmatario della lettera e protagonista di interessanti dibattiti sull’identità e sul Partito Democratico anche a Firenze e a Prato, è stato estromesso dall’Esecutivo per aver espresso un dissenso. Il sottoscritto, il coordinatore regionale Marco Donati e il coordinatore dei giovani di Prato Nicola Oliva, in qualità di delegati toscani in Assemblea Federale, abbiamo sentito il dovere di replicare ad una conduzione poco oculata – tanto per usare un eufemismo – di questo Movimento Giovanile.
Abbiamo voluto farlo senza farci prendere dall’emotività, evitando di rimanere allo stadio della protesta a cui non seguisse proposta. Lo abbiamo fatto, come ha detto Nicola Oliva nel suo intervento, come “innamorati delusi, che riponevano speranze in questo Movimento Giovanile e che le vedono ogni giorno svanire”.
Lo abbiamo fatto fondamentalmente perché desideriamo che, da quella lettera, fiorisca un nuovo Movimento Giovanile capace, come ho avuto modo di ricordare nel mio intervento, di “riempire di contenuti e di concetti il contenitore del Partito Democratico. È una grande scommessa, il Partito Democratico, una sfida non più procrastinabile. Che, proprio per questo, non può essere lasciato ai vertici dei partiti. È il come che va definito. Abbiamo davanti una società radicalmente mutata che ha bisogno di risposte nuove. Ci sono questioni in campo che non sono generazionali, perché di fatto riguardano tutti, ma che possono essere interpretate e affrontate meglio della nostra
generazione, erede di culture politiche importanti – dal liberalismo al cattolicesimo democratico – ma non legate ideologicamente a queste culture e quindi capaci di elaborare soluzioni nuove a domande sempre più complesse in un mondo che si va facendo multiculturale, multireligioso, multietnico”.
In autunno, finalmente, si aprirà la stagione congressuale. Abbiamo davanti una grande sfida: restituire un valore alla politica giovanile, dandole uno slancio propositivo e ideale che dovrà essere di stimolo ai partiti e alla società tutta. Noi toscani, che quella lettera l’abbiamo firmata con spirito costruttivo, non vogliamo perdere quest’occasione.
Perché sappiamo che potrebbe essere l’ultima.
Soprattutto perché sappiamo che, se qualcuno in qualche stanza del giovanile può attendere baloccandosi con il politichese, la gente ed i giovani, là fuori, non ne possono più di aspettare.
Prodi ed il suo governo stanno provando a dare una scossa. Noi giovani vogliamo seguirlo, e se possibile, dare un contributo in termini propositivi.
Riccardo Clementi
larete.ilcannocchiale.it

“Dobbiamo parlare di biopolitica, non possiamo affidare tutto alla coscienza. E sull’appartenenza europea dobbiamo dire una parola chiara. Solo dopo aver sciolto i nodi possiamo parlare davvero di un partito unico tra Ds e Margherita. Mi sembra che sull’idea del partito democratico si stia correndo troppo”.
Pierluigi Castagnetti, vicepresidente della Camera ed esponente di punta dei DL, getta acqua sul fuoco degli entusiasmi di chi vorrebbe accelerare il percorso di costruzione del Partito democratico. Intervistato per il programma televisivo quotidiano di Nessuno Tv ‘Contro Adinolfi’, Castagnetti ricorda percorsi analoghi che lo hanno visto protagonista: “Io sono stato l’ultimo segretario del Partito Popolare, anzi, tecnicamente lo sono ancora. Ebbene, per decidere il passaggio dal Ppi alla Margherita ci sono voluti due congressi e dodici riunioni del Consiglio nazionale. E, badate bene, la decisione di far confluire il Ppi in un soggetto politico nuovo con altri tre partiti che già si riconoscevano nell’area moderata, mi sembra ben più naturale di quella di unire Ds e Margherita in un partito unico. Ci sono i nodi da sciogliere: i temi della biopolitica non possono essere affidati solo alla coscienza di ciascun parlamentare o dirigente. Io al referendum del giugno 2005 sulla legge 40 ho votato quattro no, Fassino ha votato quattro volte sì. Possiamo fare un partito insieme senza discutere di questi temi?”.
Castagnetti indica poi un altro terreno scivoloso per il Partito che Romano Prodi vorrebbe veder nascere subito: “Anche il tema delle appartenenze europee è delicato. É chiaro che io non mi iscriverò al Partito socialista europeo e le resistenze dei Ds su questo campo mi inducono a riflettere. Io ero segretario del Partito popolare italiano ed il Ppi era un soggetto fondativo del Partito popolare europeo. Eppure noi abbiamo lasciato il Ppe e ora siamo altrove. Gli attuali dirigenti dei Ds sono arrivati nel Pse dopo il crollo del Muro di Berlino, non sono neanche soggetti fondatori di quella famiglia, però ora ci dicono che non se ne vogliono distaccare. Ma se il Partito democratico sarà un partito nuovo, anche l’appartenenza europea dovrà essere nuova”.